La nostra storia, la storia di tutti

Dolci amare colline


Quelle dolci colline tra Novi e Gavi, oggi paiono un’Arcadia mitica; declivi di pace, luoghi dove l’anima inquieta si ristora di paesaggi tessuti in un ordito di filari e vigneti assediati da boschi di querce e robinie. A cavallo tra Piemonte e Liguria, tra il cuore d’Europa  e le rotte che da Genova si dipartivano dal Mediterraneo per commerci e conquiste nel vecchio e nuovo mondo, queste dolci terre sono testimoni tragiche della fatica e delle passioni umane. Il risultato di incroci millenari e bastardi. Fucine dove nel ferro e nel fuoco si sono forgiati popoli, imperi, lingue, culture, saperi.

La storia del mondo


Ai piedi di queste colline passava il limes romano. Roma dispiegava la potenza imperiale nelle valli e nell’antica città di Libarna, ma era sempre in difficolta contro quei Liguri testardi che sulle colline e sugli appennini resistevano ostinati allo strapotere militare delle Legioni. Ma fu proprio un legionario che, molto probabilmente, mise a dimora la prima vite.

Colline senza pace


Sempre al centro di barbariche contese, qui sembrò darsi appuntamento tutta l’Europa in arme: Barbarossa, i Genovesi arricchiti di commerci d’oriente e titoli nobiliari e ancora i Visconti di Milano, il re sole, Napoleone, gli Austriaci, i Piemontesi. L’Italia infine. Furono secoli di scontri feroci ma anche di incontri fecondi, crogiolo multietnico che si ritrova nei dialetti nelle architetture, nell’arte e nell’enogastronomia.

Nostalgia di mare


Le colline del Gavi ingobbiscono veloci già dal castello di Novi come a scrollarsi dalle spalle le nebbie padane, affollandosi inquiete di nostalgia in fila verso il mare di Genova.

Si, nostalgia. Dove oggi, su queste colline di filari pettinati dal marino insuperbiscono i grappoli … una volta c’era il mare. E lo si trova ancora. Nelle marne dove attecchisce il Cortese, sono imprigionate conchiglie e fossili marini memorie di un mare Mediterraneo quaternario; quasi il pegno d’amore di un’antica, dolorosa separazione da queste colline.

L’amore ritrovato


Vitigno autoctono, a lungo bistrattato, le uve di Cortese venivano usate soprattutto per semi-fermentati dolci di beva incerta e di durata effimera quando non vinificato distrattamente tra dolcetti e barbera; vitigni che su queste colline la facevano da padroni.

Umile, caparbio e resistente, finalmente questo vitigno a metà dell’800, incontra un genovese di poche parole, occhio lungo e palato fine. Amore a prima vista; il marchese Cambiaso fu il primo, nelle sue tenute a mettere a dimora intensiva il Cortese ottenendone un vino bianco fresco profumato e dissetante.

Il ritorno del re


Lo sbarco a Genova fu trionfale, accolto come il re della tavola, il Cortese a lungo ignorato, si prendeva la sua rivincita; acidula freschezza, profumi fruttati e intensi. Con il pesto, il capponmagro, le torte di erbe salate o un buon branzino alla ligure, il Cortese, attraverso di sé celebrava la ritrovata unione tra il mare e quelle colline dell’Oltregiogo che il profumo del mare non hanno mai dimenticato. E da quella Genova, da quel porto di navi gonfie di merci e di vento, quel vino ripartiva curioso di mondo sulle rotte della Superba, complice festoso di rudi marinai che in quel vino sceso dalle colline, sentivano profumo di casa.

In vigna


Nelle nostre vigne, le stagioni hanno la consistenza di ritmi millenari, ipnotiche nenie orientali, vibranti sonate mozartiane, coinvolgenti musiche rock. A gennaio i ceppi potati riposano nel gelido abbraccio delle brume mattutine; è il ritmo cantilenante dei ricordi, il fluire lento dell’inverno che sembra non finire mai.  La primavera si avanza impaziente, allegra con ritmo, fradicia di temporali non annunciati, avida dei primi tepori marzolini, orgogliosa dei primi getti, promessa di buoni raccolti. E finalmente il rock trionfante dell’estate. La vigna si affolla di contadini, agronomi e semplici innamorati. Il tempo della vendemmia pare farsi incontro impaziente, ma l’attenzione non cala mai. Il vino buono si fa in vigna e si perfeziona in cantina in quegli autunni sospesi tra pomeriggi infiniti di malinconico spleen e vino novello che innaffia, arroventate dal fuoco, castagne contese ai cinghiali del bosco.

In cantina


Con botti refrigerate, temperature controllate e tutta la scienza dei nostri enologi, moderni officianti di riti misteric, le nostre cantine, sono moderne cattedrali consacrate ad antiche divinità pagane. E nelle notti di fine estate tra vapori alcolici e densi profumi zuccherini, nelle botti, il miracolo del vino rinasce al ritmo gorgogliante dei mosti dionisiaci. E l’ombra del Bacco danzante ritorna a popolare di orgiastiche baccanti i sogni proibiti dei vignaioli.

Il nostro vino


Fare un vino buono, ricco e complesso costa fatica, attenzione, tecnologia. Ma rimane il frutto di un’antica magia; quell’amore ineffabile con Gea, la terra che da queste parti rispettiamo e amiamo come la madre del tutto.

Valditerra


La nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro vino e quello che siamo noi, oggi, è il frutto di tutto questo: leggende, storia, magia, passioni, tecnologia. Amore antico per la terra di cui prendiamo il nome. Valditerra.